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DIVERSE PROSSIMITA' - La mia esperienza da tutor territoriale per l'integrazione in tempi di pandemia

Nel tempo in cui la responsabilità collettiva richiama le distanze fisiche e il senso di solitudine rischia di ingombrare le nostre vite, è importante trovare altre strategie di prossimità per non interrompere quelli che sono i fili conduttori delle nostre relazioni interpersonali.  A settembre ho scelto di iniziare il percorso da tutor territoriale per l'integrazione: si tratta di un progetto di Ciac dal quale possono nascere esperienze di comunità interculturale e opportunità di socializzazione tra volontari e rifugiati.

di Ilaria Capuzzimati



Nel tempo in cui la responsabilità collettiva richiama le distanze fisiche e il senso di solitudine rischia di ingombrare le nostre vite, è importante trovare altre strategie di prossimità per non interrompere quelli che sono i fili conduttori delle nostre relazioni interpersonali. 

A settembre ho scelto di iniziare il percorso da tutor territoriale per l'integrazione: si tratta di un progetto di Ciac dal quale possono nascere esperienze di comunità interculturale e opportunità di socializzazione tra volontari e rifugiati. Per me questo progetto è un motore capace di creare incroci di desideri che hanno a che fare con la costruzione di legami e con la messa in gioco di risorse da parte di ciascuno.

In questo percorso ho incontrato due ragazze con le quali ho condiviso un tempo ed uno spazio di conoscenza reciproca, di scambio e di immaginazione rispetto a come ci piacerebbe stare insieme e a cosa ci piacerebbe fare insieme. 

“a me piace fare lunghe passeggiate”

“io vorrei imparare a cucire, tu lo sai fare?” “Si ti posso insegnare!” “Io ho una macchina da cucire che non uso e potrei portarla qui”

“scegliamo insieme quali foto stampare per personalizzare la camera”

“un giorno andremo insieme a Bologna, così ti farò conoscere la mia città”

“domani ti porterò un pensierino per la piccola appena nata...”

“domani scegliamo insieme un posto di Parma che ci piace per mangiare un panino d'asporto?”

“mi piacerebbe farti conoscere...”

“che musica ti piace ascoltare?”

“cosa compri all'african market? Ci possiamo andare insieme un giorno così faccio una spesa diversa” “E tu cosa mangi di solito?”

Vedersi era diventato un rito della settimana, come fare adesso che le restrizioni sono aumentate e bisogna ulteriormente limitare le occasioni d'incontro?

Lo ammetto, lo sconforto è stata una delle prime sensazioni provate quando ho realizzato che queste relazioni, o meglio il modo di coltivarle andava ridefinito per renderlo compatibile con il periodo che stiamo attraversando. Avevo già sperimentato la distanza durante i precedenti incontri e metaforicamente mi è capitato di pensare: “è un po' come bere un caffè senza lo zucchero, non ci rinuncerei però qualcosa che manca c'è” e questo perché abbiamo dovuto comunque rinunciare ad alcune attività.

Al posto dello sconforto è arrivata la consapevolezza che questo periodo storico-sociale ci chiede di accettare delle sfide che sono anche sfide relazionali. Non credo abbiamo a che fare con la messa in discussione degli aspetti che per ognuno di noi definiscono qualitativamente una relazione, quanto piuttosto con la sperimentazione di (nuove) possibilità che potrebbero farci prendere distanza dal rifugio in una presunta impotenza. Ognuno può trovare il suo margine di possibilità e le sue energie per scoprire altri percorsi.

Dall'intenzione comune di non voler mettere un punto a questa esperienza, abbiamo scelto dei punti di sospensione. In che senso? Abbiamo iniziato a fare delle videochiamate. In una di queste sono riuscita a far vedere la mia casa ad una delle due ragazze che non l'aveva ancora mai vista e a presentarle la mia coinquilina; fare entrare gli altri, seppur virtualmente, negli spazi domestici è raccontarsi e accogliersi. Non è soddisfare una curiosità superficiale ma trasmettere aspetti della propria personalità. Dal “cosa ci piacerebbe fare insieme” continuano a nascere punti interrogativi e idee, la nostra quotidianità può essere ancora raccontata ed ascoltata e la continuità ci permette di percepire un maggiore senso di stabilità che è nutrito dalle relazioni.

Il contatto può continuare ad avere una forma anche attraverso una pedalata in bicicletta per lasciare un pensiero fuori dall'uscio. Sono gesti che non vanno banalizzati: raccontano di un esserci diverso che è pur sempre un essere presenti.

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