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2001-2021. Vent’anni di diritti per tutti e per tutte. Ciac ripercorre la sua storia, che affonda le radici già negli anni Novanta, attraverso un racconto corale con parole e immagini. E getta lo sguardo sul futuro, mettendo al centro i valori e l’im

Copertina Libro 20 anni2001-2021. Vent’anni di diritti per tutti e per tutte. Ciac ripercorre la sua storia, che affonda le radici già negli anni Novanta, attraverso un racconto corale con parole e immagini. E getta lo sguardo sul futuro, mettendo al centro i valori e l’impegno di sempre.

Nel libro – impreziosito da un reportage fotografico di Giulio Di Meo nei luoghi di attività di Ciac a Parma e provincia - prendono parola alcuni dei protagonisti che hanno animato l’associazione dai suoi primi passi durante i conflitti nell’ex Jugoslavia fino ai giorni nostri, con le sfide ancora attuali della tutela, dell’accoglienza integrata e diffusa e del lavoro di comunità. Un repertorio di documenti e immagini illustra anno dopo anno le tappe più significative di una storia collettiva che merita di essere conosciuta.

Perché – richiamando le parole del presidente Emilio Rossi - “Ci sono azioni alla portata di ciascuno, meglio se fatte insieme ad altri, semplici in sé ma che diventano esemplari, replicabili, e realizzano – già ora e qui – uno spicchio del futuro Mondo migliore che siamo in tanti a desiderare".


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L'INTRODUZIONE
Diritti e Comunità: il protagonismo dei migranti per il cambiamento sociale e culturale  

Di Michele Rossi (Direttore di Ciac)

Una storia collettiva e il conflitto rimosso

Quella di Ciac è una storia collettiva. Una storia che ha visto insieme operatori, migranti, volontari, società civile, personale dei servizi pubblici e rari ma fondamentali amministratori illuminati e sensibili, inventare, realizzare e continuamente innovare le pratiche, i modelli, i servizi che rendessero esigibili diritti al più (e non certo sempre, anzi..) scritti solo sulla carta. Noi, con l’esperienza maturata al fianco di donne e uomini venuti da lontano, abbiamo ipotizzato e realizzato quelle forme e quelle che potessero proteggerli dalla segregazione, dalla discriminazione, dalla repressione e dalla stessa violenza dello Stato e delle sue istituzioni. La vicenda del Ciac si spiega nel contesto del conflitto, che si consuma da anni silenzioso, tra chi, migrante, è portatore di diritti e chi, istituzione, quei diritti nega, precarizza o rende inaccessibili. Un conflitto che è più corretto definire rimosso anziché “silenzioso”, ossia un conflitto che nessuno nomina mai e che forse sarà ricordato un giorno come una lotta di liberazione e di emancipazione. Dipende anche, anzi soprattutto, da noi tutto da quanto sapremo mobilitarci e tutelare quanto abbiamo sino ad oggi conquistato. Ma oggi è realmente un conflitto talmente impari e  sproporzionato che sembra ai più non essere tale; sembra quasi non avere una controparte, che invece c’è e sono i migranti. Solo che i migranti, costretti ad una precarietà drammatica, a condizioni di vita e un isolamento politico e sociale che sfiorano l’invisibilità, non hanno (ancora) nessuna voce, poche o nessuna possibilità di esprimerla. Il dare spazio a questa voce, senza necessariamente sostituirla è parte della storia collettiva di Ciac. Quello che descrivo è un conflitto che si rivolge anche verso chi (enti di tutela, parrocchie, associazioni, gruppi) esprime pubblicamente visioni, valori o pratiche di solidarietà. Entrambi questi soggetti, migranti e realtà sociali solidali sono da anni oggetto di aggressive campagne (istituzionali e mediatiche) di criminalizzazione. Dalle accuse infamanti alle Ong impegnate nel soccorso in mare, alla vicenda giudiziaria di Riace, la delegittimazione delle forme di attivismo sociale solidale priva del riconoscimento pubblico la funzione sociale e professionale di chi opera nel settore e isola ancora di più i migranti. La continuità stessa dei nostri servizi è stretta tra processi di precarizzazione; mandati istituzionali espulsivi o selettivi (vedi paragrafo “tre momenti chiave”), un clima sociale quando non ostile, sottilmente discriminatorio. 

Quanto Ciac ha saputo creare e realizzare, quindi la sua stessa storia, non è spiegabile e non trova significato se non a partire dalla considerazione che in Italia, da tempo, giace non affrontata, nemmeno questo mai nominata, una questione sociale e politica dirimente, quella del razzismo sistemico. Impera una ideologia della realtà che vede i migranti subalterni. Sono accettabili quelli che aderiscono a pratiche esplicitamente inferiorizzanti (dai lavori socialmente utili, all’adattarsi a tirocini e “lavoretti”) dove sono chiamati a farcela da soli, dimostrando umiltà e dedizione, o se preferiamo, accettazione, gratitudine e obbedienza, quale che sia la loro reale condizione. I migranti, ancora di più se scura la loro pelle, osserva Oiza Queens Day Obasuyisono corpi estranei e muti in un contesto che li nomina ma non li interpella, […] corpi spersonalizzati, senza identità, pensieri, opinioni.” Un razzismo sociale  e strutturale che alimenta la negazione dei diritti e il silenzio dei migranti.

Testimonia la stessa storia di Ciac che la nostra attività si è confrontata e confronta ancora oggi con respingimenti alle frontiere, rimpatri forzati, detenzioni illegittime, approdi e sbarchi negati, mancati riconoscimenti giuridici che hanno consegnato migliaia di persone all’illegalità, attese di anni per avere un documento di soggiorno, mancate iscrizioni al servizio sanitario, mancati accessi all’accoglienza, mancate prese in carico dei servizi, mancate o ritardate scolarizzazioni, mancate iscrizioni anagrafiche, mancate tutele a fronte dello sfruttamento lavorativo e sessuale, file e attese infinite negli uffici pubblici, espulsioni di massa dall’accoglienza, dinieghi, la perenne fragilità a fronte dei mercati privati, segmentati e duali, del lavoro e dell’alloggio. Contro tutto questo e contro le sue conseguenze sulle persone (e sulle comunità) ci siamo battuti e ci battiamo ogni giorno. Persona per persona, progetto per progetto.


Quarta di copertina - Vent'anni di diritti per tutti e tutteQuesta esperienza ci ha fatto scegliere un mandato sociale, la tutela dei diritti e il contratto al razzismo sistemico, che nessuno ci ha consegnato né elargito, ma che ci siamo presi, negli anni, attraverso le lotte proprio contro quelle istituzioni centrali e locali che ancora oggi condizionano l’esigibilità dei diritti e di una reale cittadinanza a presunte condizioni di opportunità politica (“non è il momento”), all’impatto che produrrebbero su un opinione pubblica assunta come contraria a prescindere (una ipocrisia svelata dalla recente vicenda afghana con un importante moto di solidarietà collettiva), senza invece mai ascoltare, dialogare o interpellare i migranti stessi. Senza mai affrontare i problemi sociali, che irrisolti continuano a generare fragilità subalternità dei migranti nel nostro paese. Lo spazio sociale e politico in cui Ciac opera lo abbiamo conquistato anche contro quelle istituzioni che si ostinano a non vedere, anzi perpetrare, il razzismo sistemico che informa i rapporti sociali oggi o che lo lasciano agire, per non perdere consensi, nella società. In quello spazio Ciac opera la sua azione di denuncia e – sempre collegata a quella – la propria proposta di cambiamento.  Se – per ingenuità o calcolo – è per qualcuno possibile dimenticare questa storia, la nostra, non possiamo farlo noi. La nostra, è bene dichiararlo senza timori, è infatti una storia di lotta e di radicalità, una storia di vertenze, di costruzione di una emancipazione possibile e di un pensiero critico per l’affermazione di una piena e incondizionata cittadinanza per chi migra nel nostro paese. Cosa che parte dalla tutela legale negli sportelli, prosegue nelle forme di una accoglienza diffusa nei nostri appartamenti e si sviluppa attraverso i rapporti sociali con la comunità tutta, negli spazi dei servizi pubblici e nelle relazioni interpersonali e sociali nel territorio. Ciò che abbiamo costruito in questi anni radica nella consapevolezza del conflitto in corso, del silenzio cui sono costretti molti migranti, dell’immobilismo di istituzioni e enti che accettano questo stato di cose. E’ dalla condivisione di queste esperienze e progettandone di altre, di segno chiaramente opposto, che proviamo a costruire insieme a migranti e autoctoni una comune consapevolezza e una comune visione, di riscatto e di emancipazione, verso una società che ci contenga e rispetti tutti e tutte. Ogni nostra azione, magari anche a fatica ha provato, sin dalla sua genesi, a superare sé stessa, a divenire patrimonio collettivo, ad aprire vie percorribili. Sempre è stata una azione volutamente e nettamente schierata, partigiana. Ciascuna ha provato anche, sin da subito, a modellizzarsi e attraverso la riflessione partecipata, lo studio e la ricerca, raccogliendo dati ed evidenze al fine di potersi poi consolidare, non essere estemporanea, volatile o perimetrata e autoreferenziale. Per fare due esempi, Il nostro lavoro sulla presa in carico multidisciplinare delle vittime di tortura, iniziato con un progetto europeo (Lontani dalla Violenza, 2008) ha portato ad un protocollo duraturo con l’Ausl di Parma (C.I.S.S. – Coordinamento interdisciplinare Socio-sanitario Ciac-Ausl; 2009), che si è esteso grazie a progetti nazionali con cui abbiamo esportato il modello organizzativo ed infine è confluito nelle linee guida del Ministero della Salute relative agli
interventi di assistenza, riabilitazione e trattamento dei disturbi psichici dei rifugiati e delle persone che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica e sessuale, adottate con Decreto Ministeriale il 3 aprile 2017; oppure la nostra invenzione del Tutor territoriale dell’integrazione (2016), prima  sperimentato localmente, diffuso tramite due progetti europei (Fami Ancora, 2018, Fami Ancora 2.0, 2020) sino ad essere scelto da Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu per i Rifugiati, come prassi da tradurre in politica, facendo di Ciac partner italiano (2021). La stessa continua tensione alla sperimentalità quindi, che per molti è il tratto distintivo di Ciac non nasce da menti illuminate e creative, a tavolino: nasce invece dalla urgenza, spesso drammatica, della tutela. Senza questa urgenza, la vicenda di Ciac è mutilata, depurata delle sue contraddizioni, dei suoi tentativi, dei suoi conflitti, ma anche delle sue aspirazioni.

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Ci chiamano gestori, siamo un ente di tutela

In questi anni abbiamo sviluppato un sapere professionale, che non è però solo “tecnica” avulsa dalla riflessione politica e sociale: quel sapere è rivolto ai migranti innanzitutto ed alla comunità per affrontare quei problemi collettivi (salute, casa, lavoro, scuola) che si manifestano come bisogni individuali, ma che individuali non sono, sono collettivi. Un sapere che è sempre stato disponibile a prospettive di cambiamento dei servizi pubblici e delle istituzioni, ma mai per “gestire” politiche che chiedono il controllo dei migranti, il loro disciplinamento o per essere chiamati a escludere, selezionare, operare respingimenti lungo quelle che  chiamiamo “frontiere interne”, l’accesso ai servizi pubblici, a luoghi della comunità. Un sapere che esprime la tensione a trasformare i servizi, per renderli maggiormente inclusivi, di co-costruire nuove risposte e vecchie e nuove problematiche sociali.

Ciononostante, politici, funzionari, tecnici, o quanto meno una ampia maggioranza di loro, chiamano noi e nostri colleghi “enti gestori”. Usando questa locuzione affermano, sotto la patina opacizzante, fintamente oggettiva desunta dal codice degli appalti, lo svilimento politico e culturale del lavoro di tutela dei diritti della popolazione straniera. In questo modo il lessico normalizza il conflitto tra istituzioni e migranti sul riconoscimento e sul rispetto dei diritti; e riduce l’attività degli enti di tutela che hanno operato e operano su quella frattura sociale, a mera “gestione” di prestazioni; prestazioni sempre più confinate, aggiungo, entro spazi dedicati ai soli migranti, diversi dagli spazi comuni, di tutti, privandola dei suoi significati originali, come vedremo nel successivo paragrafo. Non basta tuttavia questo a negare una intera storia, quella di chi, come Ciac, quei servizi ha inventato e sviluppato per approntare spazi di dialogo e interazione, per rendere l’esercizio e la frequentazione di quei servizi un momento di emancipazione e capacitazione. Come non basta annichilire la sussidiarietà (prevista dalla costituzione) tra terzo settore e enti locali, trasformando servizi pubblici in appalti, per epurare da quei luoghi ogni possibile autonomia decisionale e tecnica di quegli enti di tutela che si vorrebbero semplici gestori di capitolati decisi altrove. Pensarli quei luoghi, quei servizi, averli inventati, legittimarli, organizzarli, rifletterli e svilupparli è in questi vent’anni ha forgiato le competenze per difenderne senso e discernere quando sono funzionali ad un fine e quando sono coerenti con i nostri valori; quando producono senso e soggettività e invece quando forniscono risposte frammentate e respingenti. Lo spazio sociale e politico in cui Ciac opera lo abbiamo conquistato con pazienza, determinazione ed in quello spazio non si erogano prestazioni, non si “gestiscono” casi: incontrando persone si svolge una capillare azione di analisi, quando serve denuncia e – sempre collegate a queste – cercando le soluzioni si sviluppano le proposte di cambiamento, possibili alternative.  In quello spazio di relazione e produzione di senso che sono i nostri servizi e le nostre azioni si sperimenta una nuova e diversa modalità di cittadinanza, tra persone (non categorie di persone) che si riconoscono pari dignità, diritti. Si realizzano concreti spazi del possibile, citando le fotografie di Di Meo che arricchiscono questo volume, o, spazi dell’”impossibile” citando Benedetto Saraceno quando afferma che “ci vuole il coraggio di pensare l’impossibile e, al tempo stesso, si tratta di dire “no”, che non significa soltanto combattere populismo, xenofobia e derive securitarie, ma anche combattere dentro noi stessi la tentazione a quel pessimismo passivo che ci fa rinunciare all’indispensabile ottimismo militante”.  Siano raccolte delle memorie per presentare domanda d’asilo o per emergere dalla tratta, aule in presenza o virtuali dove si apprende lingua, informatica o matematica, luoghi del laboratorio Dignità del Lavoro, incontri con i tutor dell’integrazione, tutti sono spazi pensati per essere “ospitali”, ossia che permettono la cittadinanza, la legittimano, forse anche la esigono. I diritti di cittadinanza sono ben più dei diritti “negativi” (non essere escluso, non essere abbandonato, non essere discriminato), ma anche diritti “positivi”, come essere accolto, ascoltato, riconosciuto nei propri bisogni e, non da ultimo, poter partecipare, poter esprimere la propria “voce”, contribuire a definire come quegli stessi spazi possano funzionare meglio. E’ infatti anche e soprattutto attraverso quei servizi e in particolar modo da come sono pensati, organizzati, dal se e come dialogano con i migranti stessi, che presenze invisibili e indesiderate possono diventare soggetti politici e quindi possibili cittadini. E’ la relazione che emancipa, non la prestazione. Oggi i servizi per i migranti, i servizi per i rifugiati possono essere considerate le “frontiere interne” lungo le quali si sviluppa il confine tra esclusione e inclusione e quindi i luoghi in cui si rinnova il conflitto tra chi dei diritti è portatore e chi li nega, riduce, precarizza. Sportelli che realizzano la tutela giuridica e legale; case, formazione professionale e tutela sanitaria che realizzano la protezione sociale, rapporti umani e relazioni con i servizi pubblici e la comunità che realizzano l’integrazione, sono i luoghi dove tutela, partecipazione ed empowerment o crescono, proiettandosi all’esterno, verso la più ampia società o vengono frustrati, sclerotizzandosi. Tutti questi servizi ci sono perché li abbiamo non solo creati, ma anche continuamente difesi e sottratti alla stessa invisibilità sociale che separa la grande maggioranza dei migranti dalle comunità in cui vivono.

Nuove forme di segregazione e discriminazione contro il protagonismo dei migranti

A vent’anni dalla nascita di Ciac va infatti osservato come ritorni prepotente ed invasiva una forte tensione a espellere i cittadini migranti dagli spazi condivisi, dei servizi pubblici. Apice di questa segregazione è stata  certamente l’emergenza sanitaria Covid-19 in questi due anni. Laddove occorreva una forte legame con i servizi pubblici (medico di base, ufficio igiene, ma anche comuni), una relazione continua con le comunità straniere per veicolare informazioni su comportamenti preventivi, condotte, leggi (si pensi alla lunga serie di DPCM), ma anche forme di tutela e protezione mirata (quarantene, supporto per la gestione della malattia, distribuzione dei DPI); non vi era che poco o nulla a presidiare il diritto alla salute di richiedenti asilo e rifugiati ed in generale della popolazione straniera. Una lettera del Tavolo Immigrazione e Salute ha denunciato con forza la necessità di misure di prevenzione richiamando la necessaria integrazione di aspetti giuridici (rinnovo dei permessi di soggiorno), sociali (case e luoghi salubri), sanitari che – normali nell’accoglienza integrata e diffusa a Ciac, appaiono invece pericolosamente sconnessi nei sistemi emergenziali e più ancora nelle condizioni di marginalità in cui si sono ritrovati gli esclusi dall’accoglienza durante la pandemia. Va richiamata qui la grande responsabilità sociale degli enti di tutela e degli operatori che hanno spesso garantito la continuità dei servizi per chi era accolto si sono assunti la responsabilità di raggiungere anche chi dal sistema istituzionale era rimasto escluso; supplendo, ad un forte e visibile abbandono istituzionale; ancora una volta auto-organizzando le forme della tutela. E’ con orgoglio che possiamo affermare che in quel contesto ciac ha saputo agire con grande tempestività e prontezza, sia nei propri appartamenti, sia per tutti gli stranieri, attivando tra le altre cose uno dei primi siti di informazione dedicata tradotta in molte lingue e idiomi (on line già il 15 marzo 2020), dandosi le procedure di prevenzione e gestione delle positività, reperendo le strutture per gli isolamenti, distribuendo DPI e presidi e supportando medici e servizi sanitari nei tracciamenti, nelle comunicazioni, nella gestione delle quarantene dove le difficoltà linguistiche e culturali necessitavano di specifiche competenze. Ciò anche al fine di continuare ad accogliere chi fosse in stato di necessità. Una condizione, tuttavia, che ha visto un vero e proprio abbandono istituzionale sia dei sistemi di accoglienza pubblica che più in generale dei cittadini migranti in condizioni di fragilità sociale, o più precisamente che ha visto verificarsi una vera e propria discriminazione che si è perpetrata con l’esclusione dei migranti e degli operatori dell’accoglienza dal piano nazionale di vaccinazione. La fase dedicata alle comunità residenziali ha coinvolto tutte le strutture socio-residenziali, tranne proprio il sistema di accoglienza. Anche nei nostri appartamenti, nelle nostre case di accoglienza, comunità a tutti gli effetti, diversamente dagli altri servizi socio-sanitarie  residenziali ci si è potuti vaccinare solo per fasce di età. Mentre la società tutta riscopriva drammaticamente la propria interdipendenza e quanto fosse stretto il legame tra salute individuale e collettiva, un intero sistema di accoglienza e servizi veniva abbandonato a sé stesso dalle autorità centrali. Del resto il modello dei Centri prefettizi di accoglienza straordinaria (CAS), i cui bandi Ciac unitamente alla rete La civiltà dell’accoglienza ha polemicamente disertato esponendo una posizione politica contraria (cfr. Timeline) ad un capitolato , hanno consolidato e modellizzato un paradigma che bene illustra la politica italiana in materia di “gestione” del fenomeno migratorio, divenendone un simbolo. Servizi e competenze professionali azzerate, gestione privata affidata con gare al ribasso, limitazioni della mobilità dei migranti, privilegio di strutture di grandi dimensioni e la previsione di figure private sostituiscono i servizi pubblici: il “medico di struttura”, il “responsabile del centro”.  Un modello concentrazionario e al tempo destrutturato pensato esclusivamente a partire dal punto di vista dell’istituzione, del controllo sui migranti e della disciplina delle loro relazioni sociali. Un modello segnatamente segregativo in cui al migrante è interdetta o comunque limitata l’esperienza del territorio, il contatto diretto con quella pluralità di attori sociali, professionalità e relazioni che costituiscono fattore decisivo nel processo di integrazione e nella (ri)costruzione di una soggettività come nella costruzione che determinano l’appartenenza ad una collettività. Un modello che ahinoi, sospinto dalla logica dell’emergenza e da cospicui interessi economici condiziona e inquina quella riflessione su come i servizi possano superare le “frontiere” interne e garantire una inclusione effettiva; avere un ruolo “ponte” nei processi di costruzione comunitaria, come un tempo ha mostrato l’esperienza dei consultori.

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La zona grigia: assenza di tutele e ricattabilità sociale

L’assenza di risposte collettive e soggettive, se non colmata come ha fatto (o quantomeno provato, continuamente provato) Ciac in questi anni da forme di auto-organizzazione, ha generato un vuoto e quel vuoto, di servizi, pratiche, senso si è sempre più popolato da una zona “grigia” di intermediari interessati a sfruttare per lucro o per interesse privato la ricattabilità di chi, senza voce e senza diritti, non ha altro strumento per far fronte alle sfide, spesso soverchianti della quotidianità. Numerosissimi “broker” o intermediari, siano essi intermediari commerciali per i documenti, avvocati senza scrupoli, usurai, aziende, connazionali a loro volta ricattati: dalla casa (con affitti in nero), al lavoro nero o sottopagato, alla salute, sono sempre più forti le reti informali, spesso illegali (se non criminali) e sempre più “distante” la capacità dei migranti di operare in autonomia, di affrancarsi da questa condizione esposta di vulnerabilità. Respinti dai servizi, privati di tutele, esclusi dall’accoglienza, non infrequentemente, quelle offerte da “intermediari” sono le uniche concrete possibilità. E riproducono quanto già sperimentato lungo la migrazione, forzatamente illegale, perché gli stati non prevedono visti né modalità sicure e quindi dove i trafficanti e le loro organizzazioni criminali hanno mano libera nel gestire le rotte.  La già citata Obasuyi afferma: “il razzismo è anche strutturale e sociale, è oppressione di classe, sono le leggi che non permettono di condurre una vita serena perché è difficile ottenere i documenti e non averli costringe alla precarietà e allo sfruttamento”. Questi “intermediari” agiscono sui diritti mancati, sull’assenza di garanzie nell’esercizio dei diritti, sull’assenza o sulla frammentazione delle risposte pubbliche e istituzionali dei servizi. Numerose le inchieste che hanno riguardato in questo senso anche la nostra città, e che confermano la realtà di questo fenomeno in forte crescita. Dire che il tessuto sociale si sta deteriorando non è esercizio retorico: è una osservazione attenta della realtà. Che le fasce più fragili della cittadinanza trovino in questa zona grigia risposte, ruoli e sin’anche possibili identità è un processo in corso. Tematizzare questa “zona grigia” è oggi imprescindibile: comprenderne codici e linguaggi per comprendere il potenziale di inquinamento, rassegnazione ed impotenza che genera, sin anche per alcuni di attrattiva che esercita, specie quando ad essa non è contrapposta nessuna alternativa, nessun altro sistema di valori, nessun’altra “cittadinanza”.

Grazie ai processi di formazione, organizzazione e ripensamento del lavoro, stiamo intercettando sempre nuovi elementi che vanno posti al centro della riflessione professionale e sociale condivisa. Se adottiamo la chiave della “zona grigia”, aggiorniamo il dibattito su cosa significa “autonomia” e cosa significa “integrazione”, sul ruolo che possono e devono avere i servizi, su come quando i diritti sono minacciati dalle stesse leggi e regolamenti dello stati, possa emergere una protezione sociale, agita dalle reti sociali a  protezione delle persone più socialmente fragili, più vulnerabili. Su come la comunità si possa organizzare per contrastare quella zona grigia in cui, in realtà, ciascuna persona, non solo straniera può finire; magari perdendo il lavoro, o venendo sfrattato. Urge un ulteriore salto di qualità e consapevolezza, perché “intercettare” non ci serve a nulla se non siamo in grado di cambiare la realtà delle cose, di darci un programma politico, ossia di intervenire proattivamente. Pur sapendo che anche in questo caso è necessario assumersi una responsabilità tanto forte quanto isolata ma appare urgente ed irrimandabile. Gli anni che stiamo vivendo sembrano realizzare effettivamente ciò che Benedetto Saraceno preconizzava affermando:

[…]la città non promette né permette […] vicinanze vere, comunità umane (la città ha cessato da tempo di essere “comune” nell’accezione originaria della parola); le persone vi coabitano e semmai si aggregano in identità  […] accomunate essenzialmente dalle esclusioni […]. La città produce sofferenze multiple e offre non risposte oppure risposte frammentate e frammentanti. La città produce sofferenze e malattie collettive che colpiscono gruppi vulnerabili ma che tuttavia non sono riconosciute come inter-individuali: questo è un paradosso della città che produce vulnerabilità collettive ma nega la collettività della vulnerabilità e fornisce risposte pseudo individuali in forme de-soggettivanti [..]nega agli individui la loro dimensione collettiva.

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Ripensare i servizi per fare comunità: l’istituzione inventata

Diversamente dal paradigma emergenziale e disciplinante che dall’esperienza dei Cas si estende a più generali politiche, a fronte dell’estendersi della “zona grigia” di ricattabilità sociale; nel Piano strategico 2020, l’anno della pandemia Covid-19 ed intitolato «ORA TOCCA A NOI» Per una evoluzione territoriale dei servizi di tutela e di accoglienza integrata e diffusa a fronte della crisi sanitaria, economica e sociale. Per essere una realtà guida nel ripensare una società più solidale e sostenibile nel post-emergenza sanitaria”, Ciac ha sviluppato la propria riflessione a partire da queste domande:

  • Possono i nostri servizi di tutela, accoglienza e integrazione (ossia dall’accoglienza in appartamenti alla formazione a distanza, dai «tutor territoriali dell’integrazione», alla promozione della salute) DIVENIRE PARTE INTEGRANTE DEL WELFARE di tutti/e? 
  • Possono i nostri servizi «uscire dal ghetto» e divenire parte della «ricostruzione» di un tessuto sociale che auspichiamo più solidale e coeso? 
  • Come proviamo attraverso i nostri servizi ad arrivare a tutti/e senza lasciare indietro nessuna/o?
  • Possiamo rivolgerli a un numero di persone maggiore, presumendo che avremo davanti molti più bisogni (o bisogni molto più diffusi)? 

La risposta a queste domande, focalizzando sulle relazioni sociali, individua il senso e la direzione della politica di Ciac. Una direzione che necessariamente ci impone e ci imporrà di ripensare continuamente le forme di tutela sociale e giuridica. E ripensarle con i migranti stessi, e con la più ampia società dentro una cornice di un welfare di comunità basato sulla qualità e sulla reciprocità delle relazioni di prossimità. La scelta di campo di ciac non può che essere netta: nessuna illusione di “semplificazione”: pensare i servizi di accoglienza, tutela e integrazione SENZA focalizzare pensiero e azione sul come ci rapportiamo con accolti e migranti, SENZA chiederci cosa sta accadendo loro “fuori da Ciac”, SENZA affrontare più generali processi sociali e politici (cfr, sotto la “zona grigia”) della società; significa condannarsi, nella migliore delle ipotesi, ad una mera sopravvivenza sterile e burocratizzata.

Un agire che evitasse l’interrogativo sul senso (ossia sul “perché” e sul “come” operiamo) ed evitasse la sfida e la fatica di pensare INSIEME alle comunità in cui operaiamo; che non facesse argine alla sempre più evidente “inferiorizzazione” (ed anche “infantilizzazione”) dei migranti porterebbe nel brevissimo periodo a perdere le importanti acquisizioni di questi ultimi anni di lavoro (rendendone vane fatiche) e a perdere l’identità politica e trasformativa di Ciac. Un agire che nella quotidianità rimanesse assediato nel mettere al centro l’operatore e non realmente questi processi di ricerca e di partecipazione; che non sapesse – capitalizzando tutta l’esperienza e la formazione di questi anni – passare dalla domanda autoriferita “cosa devo fare io per lui/lei” a “cosa possiamo fare insieme”, ci condannerebbe ad un approccio gestionale.

Come tutto il cosiddetto “Mondo dell’accoglienza”, a fronte del conflitto in essere sul tema dei diritti, ci troviamo infatti ad un bivio: accettare la sfida della ricostruzione del rapporto i migranti e con la comunità in termini di dialogo e di “confronto”, in tutta la sua complessità sociale che questo comporta e divenire un laboratorio di pensiero e azione politica e sociale; oppure accettare e fare proprio il mandato “istituzionale” di controllo e di addestramento accolti/migranti attraverso i progetti “ghetto” loro destinati e divenire quindi un “gestore” che acriticamente eroga “servizi” standardizzati  in un contesto sempre più lontano dal welfare, dalla società, dalle stesse dinamiche sociali. 

Franco Rotelli, in un saggio intitolato “l’istituzione inventata”, nel 1986 scriveva: “Perché volemmo quella desitituzionalizzazione? Perché per noi l’oggetto della psichiatria può e deve essere né questa malattia né quella pericolosità. L’oggetto fu sempre per noi invece l’esistenza-sofferenza dei pazienti e il suo rapporto con il corpo sociale. Il male oscuro della psichiatria è stato nell’aver costruito istituzioni sulle separazioni di un oggetto fittizio, la malattia, dall’esistenza complessiva del paziente e dal corpo della società”. E ancora: 

Questo era il lavoro dentro le mura, questo è il lavoro fuori dalle mura. E per questo occorrono laboratori, non ambulatori, laboratori pieni di conspevolezze, macchine di desistituzionalizzazione […]e non si può fare che a partire dalla singolarità degli individui. Da pratiche diverse: fare, inventare, rappresentare, ricostruire i rapporti tra sfere che tendono ad autonomizzarsi”. Insomma oltre la negazione di una istituzione, il manicomio, il centro chiuso, che separa e nega, occorre inventare nuove istituzioni attraverso un diverso paradigma di relazioni sociali.

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Ripensarsi: 3 momenti chiave

Il 15 dicembre 2018 Ciac con la rete Europasilo chiama a raccolta a Parma, dove tutto era cominciato (cfr. timeline), il mondo dell’accoglienza italiano, per una giornata di mobilitazione contro i cosiddetti “decreti Sicurezza” che avevano da poco cancellato il sistema pubblico di accoglienza integrata e diffusa (Sprar) e la protezione umanitaria. La fotografia manifesto del convegno, significativamente intitolato “L’asilo resiste” mostra i rifugiati accolti a Ciac che portano i labari delle formazioni partigiane, durante la manifestazione cittadina del 25 aprile. E’ certamente una delle immagini più iconiche della storia dell’associazione. Da anni ormai il 25 aprile, festa della liberazione è celebrato insieme all’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) con il simbolico passaggio di consegne tra i partigiani di ieri e quelli di oggi, i rifugiati; che sfidano con la loro migrazione le ingiustizie e gli squilibri del pianeta; che testimoniano con lo spostamento fisico dei loro corpi la necessità e l’urgenza per tutti/e di pace, lavoro, diritti.

Quella immagine, in quel contesto - uno dei momenti più bui della storia del movimento dei diritti in Italia- condensa i diversi aspetti della identità di Ciac: la partecipazione e il protagonismo dei migranti, l’eredità storica di cui siamo portatori, l’azione di rete, la visione politica della migrazione contemporanea, l’esposizione pubblica nel dibattito collettivo; la responsabilità, agita, di dare attuazione alla Costituzione nata proprio dalla resistenza, in particolare agli articoli 3 e 10, come mandato sociale scelto. Quella immagine, e quell’iniziativa raccontano bene Ciac e la sua sfida che continuamente si aggiorna per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto libertà e uguaglianza dei cittadini”.

Il dicembre dell’anno successivo, esattamente il 19 dicembre 2019, il Servizio centrale del neo-istituito Siproimi invia una breve ed ordinaria comunicazione a mezzo posta elettronica in cui da indicazione di porre fine entro il 31 dicembre 2019 (quindi pochi giorni dopo), all’accoglienza dei titolari di protezione umanitaria e ai titolari di protezione speciale nonché di trasferire i richiedenti asilo nei CAS, i centri di accoglienza straordinaria, privando questi ultimi dei servizi per l’integrazione sociale e lavorativa. In pochi giorni i progetti territoriali sono quindi chiamati a dimettere forzosamente gli accolti cessandone arbitrariamente le misure di accoglienza. Una delle poche voci pubbliche che si oppone pubblicamente è quella del Ciac, che in un documento intitolato “Noi non cacciamo nessuna persona” afferma:

“[..]non applicheremo questa direttiva nelle nostre case, sulle persone con le quali abbiamo un patto di tutela e un dovere professionale e morale di accoglienza. Con loro, quale che sia il permesso di soggiorno, abbiamo contratto un patto che ci vincola – esattamente come lo chiediamo a loro - al rispetto del loro progetto individuale di accoglienza. Non possiamo e non vogliamo accettare questa ingiustizia che interrompe percorsi di vita, cura, studio, lavoro, relazione. Per coloro che sono ancora in accoglienza deve valere il principio per cui un atto amministrativo non può interrompere un percorso di vita".

Anche questa iniziativa, non priva di coraggio, racconta qualcosa di Ciac ed in particolare la tensione a dare coerenza alle proprie posizioni pubbliche con assunzioni concrete di responsabilità, a fare scelte di natura politica in linea con i propri valori etici, affrontandone le conseguenze. Un aspetto riconosciuto da molti e ben espresso da un videomessaggio ricevuto per il nostro anniversario in cui si legge “Ciac fa quello che dice e dice ciò che fa”. In particolare è un momento importante perché alla visione burocratizzante delle categorie giuridiche che arriva dalle autorità centrali, Ciac oppone la propria attenzione alla persona, indipendentemente dalla categoria giuridica; all’arbitrarietà dell’espulsione è contrapposto il “patto di tutela”, un aspetto relazione stretto tra persone.

Negli stessi giorni di dicembre 2019, precisamente il 23, ha infine visto iniziare con le prime accoglienze la propria attività la casa Wonderful World, aperta grazie ai missionari Saveriani che hanno messo a disposizione la struttura, e destinata alla accoglienza e all’integrazione delle persone escluse dai sistemi istituzionali, resi “invisibili” da una legge ingiusta che li condanna alla marginalità. 

L’apertura di Wonderful World introduce un ulteriore carattere distintivo di Ciac, l’andar oltre la sola pur coraggiosa disobbedienza civile. E’ un aspetto rilevante. In particolar modo per Wonderful world che costituisce un qualcosa di assolutamente inedito anche per la stessa associazione. Il progetto in cui Wonderful World si inserisce si chiama “Una comunità che accoglie: nuovi percorsi per la tutela di migranti a rischio esclusione”, non prevede la partecipazione di nessuna istituzione pubblica, ma è una prova di autoorganizzazione della società civile (insieme al coordinamento “la civiltà dell’accoglienza”) che fa fronte all’abbandono istituzionale. La società civile, esattamente come 30 anni prima si organizza per tutelare e proteggere e a fronte di leggi e regolamenti ingiusti, costruisce una protezione sociale di comunità.

L’idea di “una comunità che accoglie”, nasce non solo dall’analisi di quel particolare momento storico e di quella peculiare congiuntura politica. E’ il frutto di una elaborazione di anni e di anni di lavoro di rete e di territorio. Realizza un’approccio, chiamato Community Based Protection, in cui iniziative come il progetto Rifugiati in famiglia, l’esperienza di Tandem, lungo un condiviso percorso di studio, riflessione, ricerca partecipata, hanno permesso di elaborare un modello di tutela e integrazione che hanno messo al centro le relazioni sociali e spostato il fulcro del lavoro di Ciac dall’esprimere un sapere specializzato per i soli migranti al metterlo al servizio dell’intera cittadinanza; dal lavorare per i rifugiati, per dirla compiutamente, a lavorare con i rifugiati dentro processi sociali più ampi, in cui configurare sia il proprio ruolo che le forme della tutela. Molte azioni cambiano significato: non si tratta di integrare singoli rifugiati nella comunità degli autoctoni, ma di contribuire ad integrare le comunità con anche i migranti, riducendo le barriere che ostacolano partecipazione e uguaglianza nei diritti. I tre momenti degli stati generali sul diritto d’asilo, della disobbedienza civile e politiche alla circolare del Ministero degli Interni e l’avvio del progetto “Una comunità che accoglie” mostrano il segno della prospettiva presente e futura in cui Ciac, attualizzando le proprie premesse storiche e i propri valori, intende operare.

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CONCLUSIONI

Ripercorrendo le nostre lotte, locali e nazionali, il conflitto per la tutela dei diritti della popolazione migrante è evidente. Lì c’è la nostra storia. E non è certamente finito: sappiamo essere oggi urgente mobilitarsi, lungi dal richiuderci compiaciuti nei nostri progetti e  attività, ancora una volta contro ciò che accede alle nostre frontiere, nazionali e comunitarie; per quanto accade nei CPR, nei Centri di Accoglienza straordinaria o nei grandi assembramenti informali dove vige la violenta legge della ricattabilità e dello sfruttamento; in quelle mille frontiere interne dei servizi pubblici dove ora la burocrazia, ora l’inapplicazione delle leggi, ora l’abbandono crea esclusione e marginalità; o nel vivere sociale in cui forme implicite, ma anche esplicite e aggressive di razzismo provocano rassegnazione, dolore e isolamento. Non è un tema circoscrivibile questo ai soli decreti sicurezza del 2018, a singoli partiti o esponenti politici. Considerare solo questo e non l’intera storia del mancato riconoscimento delle istanze del movimento per i diritti in Italia, sarebbe troppo semplice e rassicurante. Considerare solo quello equivale all’illusione che l’intera vicenda della presenza di migranti e la stria del diritto d’asilo in Italia e in Europa si scevra di un carico di disumanizzazione, discriminazione e violenza contro cui in ogni stagione politica è stato necessario agire. Una azione politica e tecnica, concreta, che, per quanto parziale e incompleta, costituisce la nostra identità. Una azione che si è espressa in scelte organizzative, politiche, ma anche nella quotidianità, con quante più persone possibili e sempre ricordando che quelle risposte singole a problemi individuali di singoli rifugiati erano parte di una questione più ampia, sociale e politica appunto, di tutti e di tutte, senza nessuna distinzione. Una esperienza che si è sedimentata in ciò che oggi chiamiamo servizi, pratiche, azioni. Servizi che abbiamo saputo inventare e difendere dalla privatizzazione, dalla segregazione, dalle contraddizioni interne, con una sempre maggiore consapevolezza del loro significato e della loro capacità di essere laboratorio, “macchine di desitituzionalizzazione”. Non è finito il conflitto e non è finita la tensione a rileggere la relazione con chi si rivolge ai nostri servizi, per operare in un senso sempre meno assistenzialistico, sempre meno sostitutivo e delegittimante la soggettività dei migranti, accettandone invece la complessità e costruendo insieme aloro forme, codici e linguaggi per una attiva partecipazione. Senza un contributo diretto, attivo e protagonista dei nuovi cittadini non sarà possibile “inventare nuove istituzioni” capaci di integrare e non separare.

La nostra storia, mai serena e spesso precariamente in bilico ci ha insegnato ad essere una “organizzazione resiliente”, capace cioè di riconfigurarsi difronte alle complessità, senza tuttavia perdere coerenza tra le diverse dimensioni e scomporsi, perdendo aderenza alla realtà. Resiliente per affrontare una sfida molto grande e complessa perché necessita della compresenza capacità di agire su più piani: operativo, organizzativo e politico: promuovere un cambiamento sociale, avere ruolo in un processo più grande di noi e più grande ancora deli temi di cui occupiamo. Occorre saper interpretare un ruolo fondativo nel trovare e immaginare spazi dove sia possibile una riforma complessiva del Welfare, in senso comunitario. Pensare i luoghi di Ciac (sportelli, case, comunità) come spazi e tempi in cui si genera una consapevolezza e un sapere condiviso, si costruiscono reti sociali e non come luoghi che erogano servizi individuali è tuttavia un passaggio complesso. La nostra storia di associazione mista, nata da e con migranti; la nostra storia di  ente di tutela, si è svolta tutta in aperto contrasto politico con le ingiustizie che via via vivevamo, subivamo, osservavamo. Senza mai fermarci alla sola negazione ci siamo assunti la responsabilità di costruire altro.  Ciac ha voluto e saputo aggregare (e farsi aggregare) quelle forze sociali, organizzate e non, che operavano per un diverso orizzonte di valori e idee: associazioni, persone, professionisti, servizi, comunità parrocchiali, famiglie, volontari, tutti quei presidi in cui era possibile vivere relazioni “emancipanti” e costruire insieme comunità e società basate sul rispetto, sull’uguaglianza dei diritti, sul riconoscimento della dignità. In quell’altro c’è uno spazio in cui finalmente i migranti possano sperimentare un inedito protagonismo.

I 20 anni di Ciac sfidano noi in primis a ripercorrere quella storia, ad esserne degni, per darvi continuità: sia l’ azione di presidio, denuncia, che a quella di responsabilità sociale e di costruzione di alternative praticabili e abitabili da tutti/e senza più distinzione di provenienza, razza, genere. Per questo dobbiamo saper immaginare e compiere il prossimo passo: da essere buoni “portavoce” della voce dei migranti ad essere luogo di partecipazione, confronto, negoziazione CON i migranti e con le comunità di cui sono parte.

Dal lavoro nero alla discriminazione sociale e istituzionale, dai ricatti dei trafficanti al debito migratorio, dalle torture subite all’esplicito razzismo del mercato alloggiativo privato; dalla precarietà occupazionale al diffondersi dell’usura; si tratta di costruire UNA NUOVA GENERAZIONE DI LOTTE SOCIALI non “per” ma CON i migranti. Una stagione di lotte e vertenze che sappiano allargare il ed includere: salute individuale e collettiva; tutele occupazionali e sociali, welfare di tutti, legalità sono battaglie comuni tra migranti e autoctoni. 

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